Prima assoluta a Carrara per la nuova commissione della Fondazione ORT: Ad Lucem. Un viaggio sonoro dalla tensione iniziale a una luce attesa, fragile e sospesa, si replica mercoledì a Firenze. Il racconto del compositore Matteo Rubini
Ho immaginato Ad Lucem come il racconto di uno dei tanti cammini possibili verso la luce.
Non la luce intesa come bagliore improvviso o rivelazione folgorante, ma come quiete conquistata: un equilibrio raggiunto attraverso il movimento, un approdo cui si giunge dopo un lungo cammino, una chiarezza che non cancella l’ombra da cui proviene, ma che le restituisce senso.
Ciò che, in apertura, appare contratto — lo stridore delle tensioni, la fissità del ritmo — si dischiude a poco a poco.
L’idea iniziale, affidata in contrappunto agli archi, si presenta in forma raccolta, con un andamento che tende ad avvolgersi su sé stesso, come se il suono non riuscisse a uscire dallo spazio chiuso che lo imprigiona.

A invertire questa condizione interviene uno scherzo, uno “scherzo del destino”, uno slancio vitale che agisce come innesco per il cambiamento attraverso l’introduzione di una pulsazione ritmica più incisiva e incalzante. Il discorso si dilata, le linee melodiche allargano i propri contorni, il flusso musicale attraversa momenti di crescente intensità fino a un culmine che concentra l’energia in un vortice, poi un’ultima risalita, preludio al momento finale: riappare l’idea originaria, riconoscibile nella sua carica di tensioni, e tuttavia trasfigurata. Il moto si placa, tutto si scioglie in un rinnovato equilibrio. Si fa largo il silenzio, e affiora infine una tenue invocazione alla luce: poche note, intonate dal primo e dal secondo corno.
All’invocazione risponde l’aurora, il graduale affiorare della luce del giorno all’orizzonte, una luce che non è ancora dato vedere, ma che si attende con speranza.
Il brano si chiude in questa sospensione luminosa, ancora incompleta: il momento fragile e promettente che precede la levata del sole.