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  • Falsi d’autore

    ARTE, MUSICA E QUALCHE TRADIMENTO

    Prima dei falsi, gli originali

    Sei storie dell’arte del Novecento da cui sono nati i nostri Falsi d’Autore.

    Nel libretto avete visto i falsi. Qui torniamo al punto di partenza.

    Faldi d'Autore Gioconda Marx

    Sei originali, sei punti di partenza

    Sei storie dell’arte del Novecento da cui sono nati i nostri Falsi d’Autore.

    Un quadro che nega ciò che mostra. Un volto diventa infinitamente riproducibile. Un poster piegato dentro la copertina di un disco. Una pagina quasi completamente cancellata. Manifesti strappati dai muri. Disegni comparsi nelle stazioni della metropolitana.

    Prima dei nostri Falsi d’Autore ci sono queste storie. Alcune celebri, altre meno conosciute. Eppure, tutte hanno in comune lo stesso gesto: qualcuno ha preso un’immagine e ha deciso di cambiarne il destino.

    Se avete visto i falsi, qui trovate i punti di partenza: sei opere, immagini e linguaggi del Novecento che hanno cambiato il modo di guardare una figura, una parola, un manifesto. Conoscere gli originali rende il gioco ancora più interessante, perché ogni falso funziona davvero solo se si riconosce ciò che ha scelto di tradire.

    Vai a: Magritte · Warhol · Glaser · Isgrò · Rotella · Haring

    René Magritte

    Il tradimento delle immagini, 1929

    L’immagine non è la cosa

    Magritte
    René Magritte, Il tradimento delle immagini, 1929. Olio su tela, 60 × 80 cm. Los Angeles County Museum of Art.

    Nel 1929 René Magritte dipinge una pipa con la precisione di un’illustrazione pubblicitaria e, sotto, la frase che la nega: Ceci n’est pas une pipe.
    Come osservò lo stesso Magritte, non sarebbe stato possibile riempirla di tabacco. La dimostrazione è immediata: quella non è una pipa, è la sua immagine.
    Il tradimento delle immagini mette così in discussione un’abitudine che abbiamo ancora oggi: confondere le cose con il modo in cui vengono rappresentate. La forza del quadro sta proprio nella sua semplicità. Non nasconde il significato: ce lo mette davanti agli occhi e poi ci costringe a dubitarne.

    L’opera è diventata uno dei capolavori di Magritte e uno dei più celebri cortocircuiti fra parola e immagine del Novecento. Magritte riprese il tema nel 1966 con Les deux mystères, dove il quadro della pipa diventa a sua volta un quadro dentro il quadro.

    Nel nostro falso: Al posto della pipa compare un violino, che diventa simbolo della musica come strumento di cultura, condivisione e diffusione del bello.

    Giovanni Boldini e Andy Warhol

    Ritratto di Giuseppe Verdi, 1886 e Mao, 1972

    Un volto come immagine di massa

    Ritratto di Verdi e Mao Tse-tung
    Giovanni Boldini, Ritratto di Giuseppe Verdi, 1886; Andy Warhol, Mao, 1972;

    Andy Warhol aveva capito che nel Novecento alcuni volti non appartenevano più soltanto alle persone che li portavano. Marilyn Monroe, Elvis Presley, Elizabeth Taylor: cinema, giornali e televisione li avevano già moltiplicati milioni di volte prima che entrassero nelle sue opere. Warhol continua quella moltiplicazione. Usa la serigrafia, tecnica legata alla riproduzione commerciale, ripete lo stesso volto, cambia i colori, lascia affiorare imperfezioni e sfasature. L’unicità del ritratto entra così in conflitto con la logica della produzione in serie.

    Anche il volto di un leader politico diventa, nelle mani di Warhol, una superficie da replicare e trasformare: è il caso della celebre serie di serigrafie del 1972 dedicate a Mao Tse-tung, nelle quali il leader della rivoluzione cinese viene ritratto con colori acidi e innaturali. È la dimostrazione visiva di come la cultura di massa riesca ad assorbire e mercificare tutto, persino la rivoluzione.

    Nel nostro falso: Riprende lo schema cromatico di una delle versioni di Mao, ma sostituisce il leader cinese con Giuseppe Verdi. Il punto di partenza è il celebre ritratto a pastello realizzato da Giovanni Boldini nel 1886: un simbolo dell’alta cultura ottocentesca trasformato in un perfetto oggetto di consumo contemporaneo.

    Milton Glaser

    Dylan, 1966

    Il poster che usciva dal disco

    Dylan, 1966 - Glaser
    Milton Glaser, Dylan, 1966. Poster realizzato per Bob Dylan’s Greatest Hits.

    Nel 1966 la CBS chiese a Milton Glaser un’immagine da inserire nell’album Bob Dylan’s Greatest Hits. Il risultato sarebbe diventato quasi famoso quanto il disco.

    Dylan è ridotto a un profilo nero. Nessun dettaglio del volto, quasi nessuna informazione. Tutto accade nei capelli: una massa di curve colorate e psichedeliche che guarda all’Art Nouveau e alla miniatura persiana. Anche il lettering è di Glaser: un carattere disegnato ispirandosi all’insegna di un sarto a Città del Messico. Glaser non partì però da zero. Per il profilo guardò a un autoritratto di Marcel Duchamp, trasformando a sua volta un’immagine precedente. Il manifesto nacque quindi già come un passaggio da un autore all’altro. Era grafica destinata a circolare in milioni di case, non un’opera pensata per una sala di museo. Eppure oggi è conservata anche al MoMA. Forse è questo uno dei suoi meriti maggiori: aver reso molto meno netta la frontiera fra arte, illustrazione e comunicazione.

    Nel nostro falso: Dylan lascia il posto a Beethoven, la cui chioma esplosiva diventa lo specchio visivo perfetto della sua musica rivoluzionaria.

    Emilio Isgrò

    Monti, monti, dove non fu possibile, 1970

    Tutto quello che si può scrivere cancellando

    Emilio Isgrò opera 1970
    Emilio Isgrò, Monti, monti, dove non fu possibile, 1970.

    Nel 1964 Emilio Isgrò comincia a intervenire sui testi stampati coprendone quasi completamente le parole. Non distrugge il testo: ne lascia sopravvivere alcune parti.

    Nascono così le cancellature, destinate a diventare il suo linguaggio più riconoscibile. Il gesto è elementare e insieme paradossale: per aggiungere un significato, Isgrò sottrae. Ci obbliga a leggere ciò che rimane e, inevitabilmente, anche a immaginare ciò che non possiamo più leggere. Per Isgrò la cancellatura non nega nulla: afferma un significato nuovo e le poche parole risparmiate acquistano un peso che prima non avevano. Nel 1971 arrivò a cancellare addirittura sé stesso con Dichiaro di non essere Emilio Isgrò, autoritratto oggi conservato agli Uffizi.

    Nel nostro falso: Lascia emergere una variazione su una frase attribuita a Gustav Mahler: «Una sinfonia deve essere come il mondo, deve contenere tutto». La sinfonia diventa orchestra e il pensiero si allarga alla comunità di persone che la compone.

    Mimmo Rotella

    Casablanca, 1980

    La città come materiale

    Casablanca, 1980, Rotella
    Mimmo Rotella, Casablanca, 1980. Décollage, 89,2 × 68,5 cm. Collezione Peggy Guggenheim.

    All’inizio degli anni Cinquanta Mimmo Rotella torna a Roma dopo un soggiorno negli Stati Uniti. Poco dopo comincia a staccare i manifesti pubblicitari dai muri della città. Non li usa come supporto sul quale dipingere. Sono già loro l’opera. Li sovrappone, li lacera, li gira, lascia che immagini e parole appaiano soltanto per frammenti. Nascono i décollage: il procedimento opposto al collage. Invece di costruire aggiungendo, Rotella costruisce strappando.

    Nel 1961 entra nel Nouveau Réalisme, il movimento che portava la realtà urbana dentro l’opera. Dentro quelle superfici finiscono cinema, pubblicità, politica, caratteri tipografici, colla, carta consumata dal tempo. Roma non viene rappresentata: entra fisicamente nel quadro attraverso i suoi muri. È quasi un’archeologia del presente. Ogni strato copre qualcosa e, nello stesso momento, ne conserva una traccia.

    Nel nostro falso: Usa vecchi manifesti dell’Orchestra della Toscana: dagli strappi riaffiorano, in un caos lirico, frammenti di titoli, nomi di direttori d’orchestra e immagini.

    Keith Haring

    I disegni della metropolitana, 1980-1985

    Disegnare mentre passa il treno

    subway drawing di Haring
    Un Subway Drawing di Keith Haring

    Nel 1980 Keith Haring nota nelle stazioni della metropolitana di New York alcuni pannelli pubblicitari momentaneamente inutilizzati e coperti da carta nera. Compra del gesso bianco e comincia a disegnarci sopra, trasformando la metropolitana in una sorta di laboratorio. Fra il 1980 e il 1985 ne realizzerà centinaia. Figure, cani, bambini, corpi attraversati da linee di energia: un vocabolario comprensibile anche per chi passa davanti all’immagine soltanto per pochi secondi.

    È importante anche dove quei disegni nascono. Haring non aspetta che il pubblico entri in un museo: va dove il pubblico si trova già. Disegna davanti alle persone, mentre aspettano il treno, e osserva le loro reazioni. La semplicità del segno non significa quindi semplicità dell’idea. Serve a rendere l’immagine veloce, pubblica, mobile.

    Nel nostro falso: Mette un violino in mano a uno dei suoi omini. Lo strumento si fonde con le linee tipiche dell’artista e trasforma il personaggio in un musicista che vibra di energia acustica: il concerto sinfonico diventa una danza collettiva che unisce, in un solo movimento, chi suona e chi ascolta.

    I nostri Falsi d’Autore

    Dagli originali alle nostre riletture

    Le immagini vive non restano ferme. Vengono riprodotte, citate, spostate, contraddette. È quello che abbiamo fatto anche noi: abbiamo portato un violino dentro Magritte, Verdi dentro Warhol, Beethoven dentro Glaser.

    I nostri falsi nascono qui, nel momento in cui un’immagine conosciuta cambia contesto e la storia dell’arte incontra la musica.

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