Prendo spunto dal pezzo di Keiko Devaux, Fractured Landscapes, per avventurarmi nel misterioso mondo delle piante. Per farlo parto osservando il mio piccolo balcone.

Il mio piccolo balcone parla (più di quanto pensassi)
Lì fuori, tutti in fila, ci sono tre vasi ad altezze diverse: a destra il vaso grande degli iris, un groviglio di foglie appuntite che fioriscono splendide per poche settimane l’anno; a sinistra una piantina di elicriso; e nel mezzo un rosmarino sghembo. Le tre piante sono in questa posizione da anni, e si sono adattate le une alle altre con accortezza, capacità di ottimizzare gli spazi e collaborazione.

La strategia del rosmarino è quella di stare il più lontano possibile dalle foglie feroci dell’iris: si è spinto perciò tutto fuori dalla ringhiera del balcone, nel vuoto, lasciando l’ingombrante vicino a largheggiare indisturbato. L’elicriso deve aver compreso lo sforzo ginnico del rosmarino e si è solidalmente buttato sul lato opposto, dove non c’è nessun’altra pianta.
Mi chiedo: com’è possibile che questi tre vegetali trovino il modo di coabitare pacificamente senza scambiarsi nemmeno una parola?
La coscienza delle piante
In realtà le piante comunicano tra loro, e parecchio. Non hanno occhi eppure si vedono. Sanno pensare. Lo afferma Stefano Mancuso, professore all’Università di Firenze, tra le massime autorità mondiali nel campo della neurobiologia vegetale. Per spiegare questa teoria sorprendente, Mancuso mostra una banale piantina di fagiolo rampicante che per crescere si appoggia a un supporto verticale.


La piantina si protende fino a raggiungere il supporto, poi vi si avvolge intorno. E questo lo sanno anche i contadini. Ma la pianta va in quella direzione proprio perché è capace di collocare se stessa e il supporto nello spazio con precisione. La pianta è cosciente di sé e del mondo che la circonda. È cosciente, come lo siamo noi.
Un pianeta verde
Dobbiamo rassegnarci, non siamo gli unici esseri senzienti su questa Terra, anche se è vero che questo pregiudizio è duro a morire, e che le piante sono sempre state considerate come esseri passivi, inerti, più vicini all’inorganico che agli animali. Si dimentica che il mondo vegetale rappresenta quasi l’87% della vita sul pianeta, contro lo 0,3% di tutti gli animali. Già, le piante…

E come ti senti quando cammini in un bosco, o in aperta campagna? Quali sensazioni provi? Senza piante saremmo perduti.
E invece dove viviamo? Le città sono la fonte principale del nostro impatto sul pianeta, e ciò che più ci allontana dal comprendere che siamo parte di quell’organismo vivente che è Gaia.
Paesaggi “fratturati”
È come se la vita urbana, con le sue mura, il suo cemento, le strade e i palazzi, ci schermasse dal resto, tenendoci a coltivare il paradosso e l’illusione di essere i soli a disporre di questo pianeta, perché siamo gli unici a poter fare, a pensare. Eppure è proprio nella città che il paesaggio si rompe, si spacca, e subisce l’invasione di miriadi di erbe da marciapiede che spuntano impreviste e irriducibili dappertutto.

Il mondo vegetale si riprende sempre i suoi spazi, si insinua perfino nelle opere umane più maestose, le dighe, i templi, i grattacieli.
È questa l’idea alla base di Fractured Landscapes.



La prossima volta che cammini per strada forse vorrai sapere se quella piantina lì sul margine è una verbena o un tarassaco.


«Oggi come all’inizio dei tempi, la dipendenza dell’uomo dalle piante è totale e non è cambiata di una iota …»
Stefano Mancuso, Botanica, 2017