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  • Čajkovskij a Firenze



    Il 30 gennaio 1890, Čajkovskij giunge a Firenze per dedicarsi alla sua arte, immerso nella quiete del suo studio e nei ritmi lenti della città. Tra passeggiate solitarie e critiche impietose, osserva la vita fiorentina con occhi attenti, mentre la sua musica prende forma sotto il cielo toscano.

    Il soggiorno

    Le finestre della suite separata dell’Hotel Washington si affacciano sul fiume. Gli avevano dato una camera orribile, ma per fortuna qui, nonostante gli arredi banali, non è male. Nei giorni successivi sarà un piacere osservare dalle finestre il passeggio, il traffico delle carrozze che sferragliano sul Lungarno. È comodo, vicino alle Cascine, e in lontananza brilla l’amata chiesa di San Miniato al Monte. È il 30 gennaio 1890 e Pëtr Il’ič Čajkovskij è appena arrivato a Firenze. Non è di passaggio, come gli è capitato in passato, e nemmeno ospite di Nadežda von Meck, come nel 1878, nel bel villino di via San Leonardo, a due passi da Villa Oppenheim (oggi Villa Cora), dimora della sua benefattrice e amica.

    Lungarno
    Una vista del Lungarno a Firenze da cui si affacciavano le finestre dell’appartamento di Čajkovskij
    Firenze tra passeggiate e teatro

    Questa volta Čajkovskij è a Firenze per molte settimane, accompagnato dal solo cameriere personale Nazar Litrov. È venuto apposta per lavorare, dedicarsi alla nuova opera, La dama di picche, e i suoi diari e le lettere ci forniscono molti preziosi dettagli su questo soggiorno.

    Le giornate di Čajkovskij sono scandite da una splendida routine: il fido Nazar lo sveglia alle sette e mezzo, quindi sorseggia il tè; legge i giornali, La Nazione e Figaro; compone fino a mezzogiorno e mezzo; si veste, va a desinare, poi va a camminare; verso le tre rientra, prende un altro tè, guarda il passeggio dalle finestre, e si rimette al lavoro fino alle sette; dopo cena esce a camminare o va a teatro. Si scopre dove si ferma a mangiare: da Gilli e Letta, al caffè in via dei Cerretani, al Capitan.

    Il 7 marzo scrive di essere stufo della “cucina locale”. Descrive i suoi itinerari verso la chiesa di San Miniato le Cascine, Fiesole, la Certosa, lungo il Mugnone, si perde in cerca della chiesa Russa che trova con non poca difficoltà, e che in seguito visiterà spesso. La città emerge dai diari, col Carnevale, i rumori, il clima, la fiera, il tranvai a vapore. 
    Con gli spettacoli fiorentini Čajkovskij è spietato, le recensioni sono brevi e quasi sempre feroci. 

    Villa Bonciani in via San Leonardo dove Čajkovskij soggiornò nel 1878

    Al Teatro Alfieri vede il Giro del mondo con Stenterello: spaventosamente stupido, una pagliacciata.  Al Niccolini, Messalina, opera di Pallavicini: brutta e assurda, con sforzo resiste al primo atto.  Il 1 febbraio è all’Aida al Teatro Pagliano (il nostro Teatro Verdi): la mezzosoprano (Teresa Singer) è corpulenta, il direttore d’orchestra è un farabutto, il coro è spregevole, lo spettacolo provinciale, abbandona alla fine del secondo atto.  Ma l’8 febbraio ci torna, sempre solo per due atti: la Singer è paffuta e ha la voce di un cocchiere, l’orchestrazione è così rozza che rasenta il volgare, l’inizio del duetto fra Amneris e Aida però lo affascina. Terza Aida il 16 febbraio, stavolta resta quasi fino alla fine, verdetto identico: Aida e Amneris, due streghe.  L’unico che gli piace è Bellini, I puritani, un atto solo, naturalmente. Il bello è che ne parla male ma ci va, Čajkovskij si vede tutti gli spettacoli a Firenze, non si perde nemmeno il Wild West di Buffalo Bill al Piazzale, anzi, con il cowboy va perfino a pranzo. 

    Il diario cela di cosa abbiano parlato … peccato!

    Targa in ricordo della permanenza del Maestro a Firenze

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