Due voci romantiche a confronto, tra la luminosità di Mendelssohn e le profondità introspettive di Brahms.
Erano nati entrambi ad Amburgo: Felix Mendelssohn nel 1809, Johannes Brahms nel 1833. Una distanza di meno di un quarto di secolo, ma Mendelssohn morì ancora giovane, nel 1847, mentre Brahms scomparve cinquant’anni più tardi, nel 1897.
Ad Amburgo nessuno dei due sviluppò un legame profondo. La famiglia di Mendelssohn si trasferì quasi subito a Berlino; e, ancora giovanissimo, Felix uscì dallo scrigno di ricchezza e cultura nel quale era cresciuto: l’Italia, l’Inghilterra della regina Vittoria, Lipsia. Brahms, per la maggior parte della sua vita, fu invece tra i protagonisti della scena musicale di Vienna.

Mendelssohn ebbe il tempo di conoscere Johann Wolfgang von Goethe; Brahms si trovò ad abitare a meno di tre chilometri in linea d’aria dallo studio di Sigmund Freud. Diversi i periodi storici, diverse le cornici esistenziali: due capitoli ben distinti della grande avventura del Romanticismo, con la fase ascendente e ottimista di Mendelssohn e i ripiegamenti del decadentismo per Brahms.
Comuni, invece, le radici culturali, anche sotto l’aspetto religioso: il luteranesimo, così importante e identitario per una Germania ancora divisa ai tempi di Mendelssohn, unita in quelli di Brahms.
Li accostiamo in questo programma, affidato a due giovani diversissimi per origine e storia ma già affermati brillantemente.
Un Mendelssohn giovanissimo ed entusiasta celebra la Riforma in una sinfonia che vuole essere quasi un inno. Un Brahms più anziano spiritualmente della sua età anagrafica, ma ancora drammaticamente in cerca di sicurezze, assegna al solista un impegno e un protagonismo grandiosi in un concerto per pianoforte che forse vorrebbe essere anche una sinfonia.