Un ricordo di Pierpaolo Ricci, concertino delle viole dell’ORT, tra le lezioni di Romano Pezzati, il metodo analitico di Dallapiccola e la scoperta di una musica capace di parlare a tutti: un linguaggio che ci unisce.
La musica come lingua madre: memoria, studio e struttura.
“D’una terra son tutti: un linguaggio parlan tutti“.
Lì per lì non capii perché mi venisse in mente questo verso manzoniano, come una reminiscenza liceale, quel giorno in cui, come ogni martedì sera di una trentina di anni fa, tornavo a Pistoia con il locale delle 18.45, dopo aver partecipato alla lezione di Analisi Musicale al Conservatorio di Firenze, tenuta da Romano Pezzati, per la quale ero ancora molto eccitato.
La cosa strana è che non c’era nulla di patriottico nel brano oggetto della lezione: avevamo, infatti, appena cominciato l’analisi del primo tempo della Jupiter di Mozart e, dopo due ore, avevamo fatto la bellezza di 16 battute!
Ma lo sapevamo oramai, noi del corso di Analisi: il metodo del Prof. Pezzati, ereditato dal suo maestro Luigi Dallapiccola, non faceva sconti.
Si prendevano in esame tutti i parametri musicali della partitura per individuare come ogni minima suddivisione della stessa si integrasse ad un livello superiore con la divisione seguente, per poi integrarsi, ad un livello ancora superiore, con la struttura successiva di pari livello.

Quando la forma diventa senso e il senso diventa comune.
Il metodo dimostrava che le strutture musicali tonali – soprattutto in quel miracolo che va sotto il nome di “stile classico” – sono strutture unitarie perfettamente integrate dalla prima all’ultima nota della composizione, e che questa integrazione non è solo un’esperienza personale del compositore ma si può trasmettere a chiunque ascolti tale musica.
Era la spiegazione razionale di ciò che il nostro intero essere già percepiva di fronte ad un capolavoro, appunto, come la Jupiter: tutto ha senso, e quel senso si trasmette ad ognuno di noi e ci accomuna perché “linguaggio” che esprime l’appartenenza di tutti noi, abitanti di questa terra, a qualcosa di più grande.

Da quel giorno non so dire quante volte abbia eseguito la Jupiter, ma ogni volta provo sempre l’eccitazione di quella scoperta, come una risposta alla domanda “perché è così tutto perfetto?”; e mi trovo ad immaginare, proprio come quella prima volta, una sorta di divinità che, nell’osservare tutta la storia dell’umanità, solo all’ascolto della Jupiter possa esclamare con speranza e compiacimento, rivolta a noi esseri umani: “D’una terra son tutti: un linguaggio parlan tutti”.