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    Storie di un burattino



    In vista del prossimo spettacolo “Pinocchio. Storia di un Burattino” per la regia di Aldo Tarabella su libretto di Valerio Valoriani in programma al Verdi di Firenze, esploriamo le varie riletture della celebre fiaba di Carlo Collodi.

    Le Avventure di Pinocchio, Storia di un Burattino di Carlo Lorenzini (in arte Collodi, come il paese da cui proveniva) è stato pubblicato per la prima volta nel 1883. Da allora, molte riletture, approfondimenti, omaggi, parodie e reinterpretazioni dell’iconico burattino/bambino hanno colpito l’immaginario collettivo, attivando le menti di numerosi autori. Non ultimo il regista Aldo Tarabella, che ha deciso di omaggiare l’opera con uno spettacolo interattivo, in cui Lucignolo è proposto come un carismatico bluesman, il Grillo Parlante è un abile rapper e il pubblico è parte stessa dello spettacolo. Dal 17 al 20 di gennaio questo spettacolo per grandi e piccini andrà in scena al Teatro Verdi di Firenze: un’occasione per ripercorrere le varie declinazioni (e i significati apparentemente “nascosti”) che questa leggendaria e seminale fiaba ha generato. 

    Pinocchio è quella che, nei termini e nelle regole d’ingaggio della narrazione orale e folcloristica, definiremmo una “cautionary tale”: un ammonimento, anzi, una collezione di ammonimenti. Oltre alla morale cattolica che la celebre fiaba di Collodi si porta dietro, c’è un sostrato di misticismo, un qualcosa che sembra attingere più dalla parabola religiosa, dai “misteri”, piuttosto che dallo sconfinato pozzo delle storie della buonanotte. Pinocchio è una storia dall’animo gotico, ma non ostile: è a suo modo popolata da spettri, spiritelli benigni e suggeritori di buona condotta (il grillo parlante, la fata), così come incarnazioni del peccato e delle tentazioni (il gatto e la volpe, lucignolo), figure autoritarie, paterne, da amare (Geppetto) o verso le quali mostrare timore reverenziale (Mangiafuoco). Le costanti sfide messe di fronte a questo affabile bambino di legno sono quelle che tutti noi, in qualche misura, siamo stati costretti ad affrontare. 

    Il parallelismo biblico, se vogliamo anche cristologico, nella figura stessa di Pinocchio, appare evidente. Nonostante le varie versioni cinematografiche e letterarie successive abbiano diluito la storia originaria, edulcorandola, Pinocchio mantiene un apparato narrativo che si riflette nelle parabole di Gesù. Geppetto è una figura analoga a Giuseppe, che riceve come onere e dono la paternità terrestre dello Spirito Santo; una genesi “spirituale” e non fisica, carnale, sessuale. Lo stesso Pinocchio è paragonabile alla figura del Nazareno: il suo non è un percorso di “indottrinamento”, tutt’altro. Appare speculare e parallelo a quello di Cristo, che compie miracoli e redime le anime dei peccatori, mentre Pinocchio si lascia spesso tentare dai peccati e, per questo, viene “impiccato” all’albero della cuccagna, invocando la presenza del padre, come, appunto, Cristo sulla croce (“Babbo, dove sei?”, “Padre, perché mi hai abbandonato?”, e così via). Allo stesso modo, il falco “comandato” dalla fata per liberare Pinocchio potrebbe voler rappresentare Giuseppe d’Arimatea, che chiede a Pilato il corpo di Gesù e ne predispone la deposizione. 

    Il viaggio stesso che Pinocchio intraprende è traducibile, secondo gli strumenti narrativi moderni, in una sorta di fiaba “on the road” (un “road movie”, se vogliamo). Ma i numerosi imprevisti compongono un mosaico di esperienze e travagli analoghi a quelli del popolo in fuga dall’Egitto verso la Terra Promessa: il Paese dei Balocchi; oppure, il ritorno nella stessa casa/bottega in cui Pinocchio fu “concepito” (altra evidente metafora della parabola del figliol prodigo). Il grande pesce-cane che inghiotte Geppetto e Pinocchio rimanda immediatamente alle vicissitudini del profeta Giona, “prigioniero” per tre giorni e tre notti nel ventre di una balena. Oltretutto, Pinocchio e suo padre Geppetto vengono salvati da un tonno, che nella simbologia cristiana è sinonimo di buon auspicio (e che richiama uno dei miracoli più noti di Gesù, ovvero la moltiplicazione dei pani e dei pesci). Il Pesce in greco si dice ichtùs: disposte verticalmente, le lettere di questa parola formano un acrostico: Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Il parallelismo biblico appare quindi ancor più chiaro negli intenti di Collodi, fervente cristiano. 

    Le avventure di Pinocchio offrono un campionario di “topos” narrativi standard che negli anni hanno subito dei mutamenti, delle rivisitazioni. Le interpretazioni di questa fiaba sono molteplici. Addirittura si va nel citazionismo esplicito: la fiaba fantascientifica AI, inizialmente pensata da Stanley Kubrick, e successivamente realizzata da Steven Spielberg, è un esempio piuttosto evidente di riscrittura in chiave sci-fi della storia di Collodi. Aleksej Tolstoj scrisse nel 1932 una sua versione di Pinocchio, intitolata “La piccola chiave d’oro o le Avventure di Burattino”, una sorta di versione bolscevica, che oggi sarebbe molto probabilmente oggetto di una sanguinosa battaglia legale in mondovisione. 

    Altre declinazioni di Pinocchio nella cultura pop spaziano dai manga giapponesi (Astroboy di Osamu Tezuka), a grotteschi film dell’orrore (Bad Pinocchio, anche noto come Pinocchio’s Revenge), per passare alle più celebri trasposizioni cartoon (quella del 1940 di Walt Disney su tutte) e in “live action” (la serie RAI di Comencini del 1971). A teatro Pinocchio è stato soggetto di numerosi musical, ed è stato pure trattato da Carmelo Bene, che nel 1961, in giovane età, ne ha reso una sua versione “introspettiva”, incentrata sul concetto dell’eterno fanciullo. In musica, invece, ha ispirato numerosi brani, come “Pinocchio Story”, del famoso rapper americano Kanye West, o “Burattino senza fichi” del gruppo rock demenziale Elio e le Storie Tese (che a sua volta richiama il concept album incentrato sulla figura di Pinocchio, Burattino Senza Fili, del cantautore napoletano Edoardo Bennato).

    Recentemente, la cinematografia sembra essere stata pervasa da un’improvvisa e insistente Pinocchiomania. Dal 2019 al 2022, infatti, sono usciti ben tre adattamenti cinematografici di grande spessore: il primo, tutto italiano, ad opera di Matteo Garrone, con attori in carne ed ossa (e legno); film che segna l’ultima apparizione sul grande schermo di Gigi Proietti, nel ruolo di Mangiafuoco. Il secondo è invece un musical ad opera del regista Robert Zemeckis, remake diretto dell’originale Disney realizzato in tecnica mista (attori veri e computer grafica), con Tom Hanks nel ruolo di Geppetto. Il terzo, che sembra volersi ricollegare all’animo più gotico di cui parlavamo prima, è senza dubbio il più affascinante dei tre (nonché l’unico totalmente animato con la tecnica della stop motion, o passo uno), ad opera del regista messicano Guillermo Del Toro, noto per il suo immaginario fiabesco e dark. Del Toro ambienta la fiaba nell’epoca dell’Italia fascista, con evidenti cenni storici e un tono, come detto, più dimesso, oscuro, gotico appunto, nondimeno affascinante e impreziosito da un’estetica curata e da una trama lievemente modificata. 

    I biglietti per Pinocchio, Storie di un Burattino sono disponibili in prevendita. Per ulteriori informazioni, cliccare qui.

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