Dalla Pavane di Fauré ai ritratti sonori di Guerrini e Cosottini: quando la musica diventa il volto di una persona
Secondo l’Enciclopedia Treccani, un ritratto è “un’opera d’arte o fotografia che ritrae, cioè rappresenta, la figura o la fisionomia di una persona”. Il dizionario De Mauro aggiunge che può essere anche una “descrizione orale o scritta” dei tratti fisici, morali o psicologici.
E se il Sabatini-Coletti si allarga a considerare per queste raffigurazioni l’uso di “vari mezzi espressivi”, si chiarisce poco dopo che i mezzi in questione sono “pittura, scultura, disegno, ecc.”. Nessuno degli illustri linguisti considera la possibilità di descrivere qualcuno con la musica. Eppure di esempi ce ne sono a bizzeffe. Cito il più pop: il tema di Darth Vader di Star Wars (Dart Fener per i più anziani…). Quelle note non promettono nulla di buono, descrivendo “a pennello” un marziale, funesto e cattivissimo cavaliere nero.
La Pavane op. 50 è invece all’opposto: un ritratto musicale luminoso e fluido che Gabriel Fauré dedica alla sua benefattrice, Élisabeth de Riquet, contessa di Caraman-Chimay, moglie del conte di Greffulhe, che il compositore non esita a chiamare “Madame ma fée”, “Signora mia fata”. È una delle figure più affascinanti e influenti che si muovono nella Parigi della Belle Époque, fra salotti, ricevimenti, eventi mondani.

Raffinata, aristocratica, bellissima, elegante, colta, la contessa di Greffulhe è immortalata da pittori e fotografi, un’icona del suo tempo. Marcel Proust la prende a modello per il personaggio della duchessa di Guermantes in Alla ricerca del tempo perduto, e in una lettera a Robert de Montesquiou ne parla così: “Aveva un’acconciatura aggraziata di gusto polinesiano, con orchidee color malva fino alla nuca… È difficile esprimere su di lei un giudizio, forse perché il giudizio implica paragone e in lei non c’è nulla che si possa aver visto in un’altra o addirittura da qualche altra parte”.
Invitiamo quindi a scoprire se il ritratto musicale della Pavane corrisponde alla foto qui sotto e alla descrizione proustiana.

Restando in tema fisiognomico ma in tempi più recenti, non posso non citare Mirko Guerrini e Mirio Cosottini, che fra jazz e sperimentazione sulla relazione fra improvvisazione musicale e immagini, hanno elaborato un sistema di regole per comporre il ritratto sonoro di una persona. Tutto nasce come una performance dal vivo. Guerrini al sax e Cosottini alla tromba si piazzano davanti al soggetto da ritrarre, che ovviamente è in posa seduto, lo scrutano, e dopo una breve consultazione stabiliscono cinque note, ciascuna generata dalle caratteristiche principali del volto: forma della testa e capigliatura, sguardo, naso, bocca, mento.
Uno sguardo intenso per esempio corrisponde a un si bemolle. Naso greco? Un do. Le cinque note compongono così la “cellula melodica”, e il segno zodiacale stabilisce l’ambito modale. I due artisti poi cominciano a suonare, a ritrarre il volto del soggetto che viene letto proprio come una partitura. Ogni variazione di espressione ed emozione influenza la performance, e il risultato è qualcosa di unico e irripetibile. A fine performance ogni soggetto riceve la registrazione del suo ritratto sonoro. Chissà che ritratto avrebbe la contessa di Greffulhe secondo Guerrini e Cosottini.