Il compositore rivoluziona il linguaggio musicale, passando dall’atonalità alla dodecafonia e rompendo con secoli di tradizione tonale. La sua ricerca segna una svolta decisiva nel Novecento, influenzando profondamente la musica moderna.
Innovazione e tradizione
Arnold Schönberg è, con Igor Stravinskij, il fondatore del Novecento musicale. Mentre il russo persegue una poetica del mascheramento, del gioco sul passato apparentemente più facile e vantaggiosa, il viennese Schönberg conduce a esiti ineluttabili il processo di disgregazione linguistica e sintattica innescato dall’esperienza wagneriana.
Due modi diversi e opposti di concepire il fatto musicale: Stravinskij il restauratore, Schönberg il progressista. Questo secondo fortunate definizioni ideologiche del passato che miravano alla svalutazione dell’uno attraverso l’esaltazione dell’altro. Oggi invece guardiamo ai due ‘rivali’ come a due facce legittime e ugualmente valide del secolo scorso, nonostante che ormai l’altra musica abbia definitivamente vinto sulla ‘Nuova Musica’ germogliata dal tronco schönberghiano.


Verso l’atonalità
Dalla tonalità alla sua dissoluzione fino all’approdo al nuovo ordine dodecafonico. L’itinerario creativo e concettuale di Schönberg si può con facilità suddividere in quattro periodi. Il primo si inscrive appieno nel decadentismo europeo: difficile sottrarsi al magnetismo wagneriano, non ammirare la rigogliosa scrittura di Strauss e Mahler; fortuna che a mitigare il tutto c’è un serio scrupolo formale derivatogli da Brahms. Nel secondo, con l’adesione all’estetica dell’espressionismo, avviene l’uscita da quel sistema tonale che per quattro secoli era stato alla base della musica occidentale: a partire dai Tre pezzi per pianoforte op.11 del 1909, la cosiddetta “emancipazione della dissonanza” (il rifiuto dei principi di ordinamento gerarchico e di relazione reciproca fra le note) porta all’atonalità.

Dodecafonia e ritorno
Per molti artisti il primo dopoguerra è un’epoca di ritorno all’ordine. Anche per Schönberg: lo sviluppo della dodecafonia (il “metodo di comporre con dodici suoni che non stanno in relazione che fra loro”, impiegato integralmente nella Suite per pianoforte op.25, 1921), gli garantisce il controllo razionale dell’intera costruzione musicale. Nella quarta fase della sua produzione, che prende avvio dopo la forzata emigrazione negli Stati Uniti (1934), l’impiego del nuovo metodo compositivo non è così radicale come nell’allievo-amico-collega Webern, anzi si stempera nel frequente ritorno alla tonalità e a forme musicali del passato.
A una commissione americana si deve il completamento della seconda Sinfonia da camera op.38, partitura incompiuta da decenni che Schönberg tirò fuori dal cassetto per fornire un pezzo nuovo a Fritz Stiedry e alla sua orchestra newyorkese dei New Friends of Music (prima esecuzione: 15 dicembre 1940).


Rielaborazione e coerenza
Nata a seguito della prima Sinfonia da camera op.9 ma interrotta per rispondere a più urgenti istanze espressive, la gran parte della composizione risaliva infatti all’agosto 1906. Ripresa in mano nell’11 e nel ’16, orchestrato il primo movimento nel ’35, nel 1939 la richiesta di Stiedry convinse il compositore a rielaborarla aggiungendovi pure un secondo tempo – e poi perfino a trascriverla per due pianoforti. Certo non fu operazione facile per Schönberg recuperare la tonalità allargata tardoromantica e riprodurre il suo stile di trent’anni prima, ancora debitore a Wagner.
Tuttavia il risultato è assolutamente omogeneo, fasciato com’è da quella salda nervatura contrappuntistica che, insieme alla parsimonia tematica, ne assicura coerenza e rigore formale. Riflesso della cultura viennese primonovecentesca è la pressione emotiva gravante sull’Adagio armonicamente sfuggente.
Nel movimento successivo (Con fuoco) quel qualcosa di impressionista delle prime battute si perde immediatamente tra lo sberleffo alla Till Eulenspiegel e la trasfigurazione di una danza dai contorni triviali che da ultimo, dopo aver sovrapposto e alternato metri di 6/8 e 2/4, si frantuma in un epilogo dolente.