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    Una luce interiore



    Un ricordo adolescenziale, una scoperta lenta, una luce interiore: il Concerto per violino di Beethoven come origine segreta dell’ascolto, della memoria e di un’idea di musica che continua a ritornare.

    Mattine con Beethoven

    Non ricordo la prima volta in cui ascoltai il Concerto per violino e orchestra di Ludwig van Beethoven, né tantomeno quando lo suonai per la prima volta. 

    Ricordo invece molto bene che ci fu un periodo non breve della mia adolescenza in cui mi svegliavo tutte le mattine con lui; avevo il mobile dello stereo accanto al letto e, poco dopo essermi svegliato, ancora prima di alzarmi, allungavo la mano, accendevo l’amplificatore e il piatto sul quale giaceva da mesi, ormai, lo stesso disco: Karajan e Christian Ferras con i Berliner

    Un rito quotidiano

    Era diventato un gesto quasi rituale, una specie di saluto quotidiano al giorno che iniziava, e allo stesso tempo un modo per restare ancora un po’ sospeso tra il sonno e la veglia.

    D’altronde era l’età dei grandi amori totali, quelli da cui è difficile staccarsi e che a volte danno la cifra a molti amori successivi; e così fu per il concerto di Beethoven, che ho sempre inevitabilmente ritrovato in tanti concerti solistici romantici amati in seguito, come se ne fosse una matrice segreta, una sorgente a cui tornare senza accorgersene. Non era una semplice preferenza musicale: era un modo di sentire, un modello interiore che finiva per orientare il mio ascolto e, in qualche misura, anche il mio modo di suonare.

    D’altronde, quale compositore avrebbe potuto rimanerne del tutto immune? 

    La ricerca della Luce

    Ma, nella mia percezione, ciò che lo distingueva da loro, dai concerti solistici ottocenteschi, con il loro eroe che cerca spazio nel mondo e nella società, era qualcosa a cui non sono stato capace di dare un nome per molto tempo. Avvertivo una differenza, una tensione diversa, ma mi mancavano le parole per definirla, finché non incontrai il bellissimo libro di Romain Rolland su Beethoven.

    Da allora ho capito che quel quid era la ricerca della Luce. Quella luce interiore che, dalla maturità in poi, è sempre stata l’oggetto della ricerca di Beethoven; una luce che nessuna tonalità, forse, come il Re maggiore si presta a esprimere, e che finirà per trionfare quasi vent’anni dopo nell’Inno alla Gioia della Nona sinfonia, sempre, appunto, in Re maggiore. 

    E ogni volta che oggi torno a questo concerto, mi sembra di ritrovare non solo un capolavoro, ma anche un frammento preciso della mia adolescenza, di quelle mattine silenziose in cui tutto, senza che io lo sapessi, stava già prendendo forma.

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