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  • Mozart per De Bernart



    Diego Ceretta torna sul podio del Teatro Verdi e rende omaggio alla memoria di Massimo De Bernart, primo direttore dell’ORT a vent’anni dalla sua morte. In questo programma “tutto Mozart” la solista e compositrice Lera Auerbach, offre una sua lettura del genio di Salisburgo.

    Vent’anni fa ci lasciava Massimo De Bernart, primo direttore artistico dell’Orchestra della Toscana. Fu lui a salire sul podio in occasione del primo concerto targato ORT, nel lontano 1980. Una figura centrale nella storia della nostra Fondazione, che celebreremo il 7 di marzo al Teatro Verdi di Firenze con un programma a forti tinte mozartiane.

    Il concerto-tributo segna anche il ritorno sul podio dell’attuale direttore principale, Diego Ceretta, questa volta coadiuvato dalla solista Lera Auerbach, pianista e compositrice. 
    Ed è proprio il Maestro Ceretta a introdurci il programma, raccontandoci il criterio di selezione dei brani che verranno eseguiti. Due pagine molto toccanti e pregne di significato, risalenti al periodo “crepuscolare” del compositore salisburghese. 

    È necessario fare una premessa prima di parlare del programma che porterete al Teatro Verdi il prossimo 7 marzo. Il concerto è dedicato alla memoria di Massimo De Bernart, primo direttore ORT.

    È uno dei padri fondatori di quest’Orchestra ed è doveroso ed importante ricordarlo a vent’anni dalla scomparsa. È stato uno dei grandi direttori italiani a cavallo tra il secolo scorso e quello attuale, e spesso non viene neanche citato in merito. Sarà bello e molto toccante omaggiarlo. 

    Il programma è incentrato sulla figura di Mozart, in particolare nei suoi ultimi anni di attività. Il concerto inizia con Eterniday, pagina scritta dalla stessa Auerbach, che omaggia proprio Mozart.

    Il brano che apre la serata è intitolato Eterniday. Homage to W. A. Mozart, e gioca nel titolo con una parola inventata dalla compositrice: l’unione di “eternity” e “day”, inteso come qualcosa in equilibrio tra fragilità e permanenza. Il Mozart che vi sta dentro è quello delle pagine infantili per tastiera, che Auerbach conosce bene per averle incise.

    lera auerbach
    Lera Auerbach

    Si è voluto accostare a questo brano “inedito” due composizioni molto significative dell’ultimo Mozart. 

    Si, due brani sicuramente importanti. Il primo è il K. 466, uno tra i più noti concerti per pianoforte di Mozart. È caratterizzato, come altre sue composizioni, dalla tonalità di re minore (altri esempi sono il Requiem e il Don Giovanni, che inizia proprio con questa tonalità). Era uno dei concerti preferiti di Beethoven, e un punto di riferimento per tutti i compositori romantici, poiché in un certo senso anticipa quello stile. È una composizione agitata, a tratti cupa, colma di pathos. 

    Nella seconda parte del concerto, “stemperiamo” i toni con la Jupiter, l’ultima sinfonia di Mozart. È curioso notare come tra le due composizioni ve ne siano quasi altre cento, in “soli” tre anni di distanza: il concerto per pianoforte è del 1785, la Jupiter è stata ultimata nel 1788. Questo per dimostrare che tre anni “mozartiani” corrispondono a dieci-quindici anni di qualsiasi altro compositore. La sua prolificità è sorprendente e senza apparenti cali in termini qualitativi. 

    Ci sono altre affinità tra questi due pezzi?

    Si, in primis per il fatto che sono state composte per il medesimo ensemble, con gli stessi strumenti. Oltretutto, entrambe iniziano con lo stesso gesto musicale, solo che nel concerto ha un carattere teso e ombroso, e nella sinfonia ha un valore opposto, suggerisce luminosità. È affascinante riconoscere questa specularità, o se vogliamo un contrasto tra luci e ombre.

    Abbiamo detto che la Jupiter è una sinfonia significativa per vari motivi. Quali in particolare?

    La sinfonia chiude un trittico che molti studiosi credono sia dedicato alla massoneria. Mozart era massone: ha usato il mi bemolle maggiore, per comporre la sinfonia n. 39. Il Flauto Magico è una diretta allegoria al percorso massonico, alle prove iniziatiche. Ha anche composto la Marcia Funebre per la Morte di un Confratello Massone, sempre in mi bemolle maggiore. La disposizione grafica dei bemolli è un triangolo.
    Ma è la sequenza finale di sinfonie che sembra voler rappresentare in maniera più stringente questa sua appartenenza alla loggia massonica. La sinfonia n. 39 è come se segnasse un primo approccio al viatico di iniziazione massonica: è molto austera e distaccata. Il “trittico” prosegue con la n. 40, in sol minore: una sinfonia turbata, come a voler rappresentare lo scardinamento dei propri valori (il dubbio che sopraggiunge, un turbamento interno). La n. 41, la Jupiter, conclude il percorso interiore, e con il suo do maggiore suggerisce un senso di compiutezza, la verità appresa, la pacificazione. Non è casuale che la chiusura della sinfonia sia affidata alla fuga, espressione massima della perfezione matematica in composizione. Una scelta che equivale al concludere la costruzione di un tempio con la sezione aurea. Un omaggio alla serenità ritrovata.  

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