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  • Scatti d’autore



    La fotografia è arte. Lo sa bene chi l’arte la frequenta, da molti anni, con un archetto in mano. Augusto Gasbarri è il nostro primo violoncello ed ha messo su un’invidiabile collezione di apparecchi dove, paradossalmente, quello più recente è quello con la tecnica più antica.

    Ero un bambino con la macchina fotografica. E forse con una macchina fotografica al collo ci si sente sempre un po’ bambini, soprattutto chi come me è nato e ha passato la sua infanzia in un’epoca in cui esisteva solo la fotografia con i rullini, l’epoca in cui dovevi aspettare una settimana prima di vedere il risultato di ciò che avevi scattato in gita scolastica, ad una festa, al mare o in montagna, ai parenti, agli amici, ai fidanzati, ai luoghi cari, magari alla luce di un tramonto unico e irripetibile. Ansia e curiosità allora crescevano di giorno in giorno, fino a quando si andava dal fotografo di fiducia e si ritiravano le foto sviluppate; molto spesso la delusione prendeva il sopravvento, ma all’improvviso ecco spuntare il nostro piccolo capolavoro, la foto che avremmo ricordato per tutta la vita, la foto che avremmo esposto in camera da letto, come a voler fissare quel momento magico per ricordarlo e riviverlo ogni volta che lo sguardo sarebbe inciampato in quella foto appesa alla parete.

    Nel 2003 acquistai la mia prima macchina digitale, una compattina della Nikon, e poco dopo, annoiato dalla compattina tutta automatica, con i pochi risparmi di un violoncellista in erba, passai ad una reflex, sempre Nikon, sempre digitale. Imparai le basi della tecnica fotografica, il rapporto tra il tempo e il diaframma, scattai migliaia di foto, forse milioni, tutte debitamente archiviate e conservate nel hard-disk del computer … depositate e mai più viste, passate, dimenticate. Soffrivo, mi piaceva scattare fotografie, ma sentivo che mi mancava qualcosa … Vivevo a Torino in quel periodo e ripensavo ai racconti, mai dimenticati, dello Zio Luciano, chimico, che sviluppava i suoi negativi e stampava le fotografie nel suo laboratorio e finalmente capii cosa mi mancava: da un lato l’attesa, l’emozione che essa naturalmente provoca in chi la vive, e l’eventuale sorpresa finale di vedere una foto venuta bene, magari anche meglio di quanto mi aspettassi, magari una foto che avevo perfino dimenticato di aver scattato; dall’altra parte mi incuriosiva, esattamente come nella musica, lo studio delle tecniche del passato, mi interessava sapere “come facevano gli antichi” a impressionare con la luce, esclusivamente con un metodo chimico-fisico, la pellicola e la carta fotografica.

    Tutte insieme appasionatamente … Ferrania Rondine (1948) – Bencini Comet III (1953) – Rolleicord Vb (1962) – Hasselblad C (1971) – Pentax Spotmatic F (1973) – Pentacon Six TL (anni ‘80) – Nikon FE2 (anni ‘80) – Polaroid Supercolor 635 (1986) – Noon Pinhole 612 (2019)

    Innanzitutto mi misi alla ricerca, nel mercato dell’usato on-line, di una vecchia macchina fotografica e di tutto il necessario per sviluppare i negativi e stampare le fotografie in bianco e nero: comprai per due lire una vecchia Zenit russa e tutta l’attrezzatura per la camera oscura da un anziano signore sardo, che ormai da molti anni aveva abbandonato la fotografia “ai sali d’argento”, compreso un bellissimo ingranditore Durst, uno strumento che permette di proiettare il negativo ingrandito sulla carta da stampa e quindi, tramite i bagni chimici, imprimerlo per sempre su di essa. Da quel momento, dalla prima foto che vidi apparire magicamente nella bacinella di sviluppo, ebbe inizio una passione e una voglia di conoscere e migliorare che, ne sono certo, non mi abbandonerà per parecchio tempo.

    Eccola qua la “nuovissima” Pinhole …

    Da allora ho allargato la mia collezione di macchine fotografiche: attualmente ne possiedo 9, la più attempata ha 72 anni, la più giovane solo uno, ma è una cosiddetta “pinhole”, ovvero una semplice scatola di legno che sfrutta un principio, quello del foro stenopeico, noto già all’epoca di Aristotele.

    Uno dei generi in cui mi sono cimentato in questi anni, forse il primo genere fotografico in cui i neofiti si imbattono, è quello del ritratto.
    Due tipi di ritratto: lo scatto rubato, perché voglio fermare per sempre un momento o una espressione, e lo scatto “organizzato”, parlando col soggetto, in qualche modo dirigendolo, cercando di metterlo a proprio agio sfruttando al meglio il paesaggio e la luce naturale.

    Ecco alcuni scatti. Cliccando sulle immagini, si aprono. Dentro è riportato il riferimento al tipo di camera utilizzata.

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