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    Un altro Mimmo



    Fino al 14 luglio sarà aperta a Villa Bardini la mostra fotografica dedicata a Mimmo Jodice. Suggeriamo qui una lettura diversa, fatta con l’occhio del musicista: questo il racconto (sorprendente) della prima viola dell’ORT, Stefano Zanobini.

    Faceva un po’ strano l’essere invitato all’inaugurazione della mostra del fotografo Mimmo Jodice a Villa Bardini

    Invitato ad una inaugurazione per la prima volta nella mia vita, ho fatto del mio meglio per inserirmi in tal contesto o quanto meno non sfigurare. Prendendo spunto dalle scene di una inaugurazione di un’esposizione d’arte contemporanea inserita nel sognante film “Paradiso Perduto” di Alfonso Cuarón, ho scelto un abbigliamento che, nelle mie intenzioni, potesse comunicare originalitá, vitalitá, sensibilitá artistica (tutte caratteristiche che un musicista deve, o piú realisticamente dovrebbe, avere): pantaloni bruni con fantasia a quadri, maglietta a maniche corte a bande orizzontali bianche e blu stile marinaro, camicia blu-ceruleo completamente sbottonata, panciotto casual con provocanti fantasie rosa, arancioni e lilla, e una giacca estiva blu scuro. 

    Sicuro della mia apparenza alquanto styling ho affrontato con un sorrisetto beffardo l’osservazione di Hilde: “ma come sei conciato? non vedi che sei ridicolo?” (prendendola di fatto come un complimento, dato che se ho conquistato la mia dolce metá é soltanto per questo mio lato “finto sbandato”; per lo meno non penso di avere altra caratteristica che possa far colpo), ma ammetto che la mia sicumera si é mano a mano ridimensionata a Villa Bardini, dove ho dovuto prendere atto di essere l’unico partecipante ad esser vestito come un vistoso clown.

    Mimmo Jodice, “Senza Tempo” – Villa Bardini, Firenze.

    Comprendendo quindi di partire in svantaggio rispetto alle persone che mi circondavano, ho dato del mio meglio per atteggiarmi a grande intenditore di fotografia, studiando posizioni teatrali che potessero trasmettere l’immedesimazione piú profonda nei confronti delle immagini che osservavo e facendo caso a rimanere di fronte ad ogni foto almeno un minuto in piú di qualsiasi altro mio diretto avversario.
    Questa studiatissima tecnica, oltre ad avere sicuramente fattomi guadagnare punti nella classifica “il migliore partecipante di un vernissage”, mi ha finalmente messo almeno per una volta in una posizione di dominanza nei confronti di Hilde, la quale – essendo una grande appassionata di pittura – riesce in ogni museo ad ammirare per decine di minuti tele di cui io, dopo un minuto di sguardo indagatore, non riesco ad afferrarne l’essenza. In ogni museo, ma stavolta ho vinto io. Per contraltare, la nostra amica storica dell’arte Jana che ci ha accompagnato alla mostra mi chiedeva ogni cinque minuti con uno sguardo interrogativo se fossi effettivamente così rapito dalle immagini, cosa che mi metteva un po’ in difficoltà, dato che non potevo certo spiattellarle la verità, ovvero che proprio i grandi intenditori d’arte a tutto tondo come lei, habitué di vernissage, mi facevano sentire il brutto anatroccolo e mi portavano a questa reazione.
    Probabilmente penserete che stare minuti e minuti davanti ad ogni foto di Mimmo sia stata cosa assai faticosa (NB: dato che la scelta del fotografo di farsi conoscere con il diminutivo, anziché col proprio nome di battesimo Domenico, ha la chiara finalità di creare una connessione di intimità tra l’artista e il fruitore, mi impegno a non deludere le sue aspettative, chiamandolo da ora in poi amichevolmente Mimmo).
    E invece no! Il tempo volava.

    Uno Zanobini contemplativo.

    La prima sala è dedicata alle foto di Mimmo ritraenti sculture di Michelangelo.

    Ora … premetto che nella mia generale ignoranza mi sono spesso interessato alla figura di Michelangelo Buonarroti. Tra i pochi libri che mi portai appresso durante il mio periodo di studi teutonici c’era quello della raccolta dei suoi sonetti: nonostante che il mio rapporto con la poesia sia se possibile ancora più difficile di quello con la pittura, mi piacevano le sue rime zoppicanti (soprattutto quelle in cui malediva il dover stare tutto piegato a dipingere il Giudizio Universale della Cappella Sistina), scoprendo tra l’altro che pure Shostakovich si era interessato a queste liriche, musicandone (e, penso, meravigliosamente travisandone) alcune. Poi, prima di arrivare alle foto di Mimmo, da buon appassionato della fotografia in bianco e nero, sono passato da “Michelangelo. Poesia e Scultura”, un bellissimo libro poetico-fotografico che adorna la libreria di casa nostra, e dalla mostra “Il primato della luce” di Aurelio Amendola, che il fotografo stesso ha definito “un atto di amore” nei confronti delle opere di Michelangelo.

    Carico di tutto questo bagaglio ho avuto estremo piacere nell’osservare nuovamente i marmi michelangioleschi attraverso gli occhi di Mimmo; alla fin fine il voler esplorare i dettagli pensati da quel geniaccio di Michelangelo (alcuni rimasti in nuce, dato che aveva questa benedetta abitudine di lasciare incompiute le opere!) e i dettagli dei contrasti di luce ed ombre offerti da Mimmo necessitava di tempo.

    Cosa mi ha colpito:

    – Mimmo che decide di mettere al buio completo la faccia di Cristo della Pietà Bandini, che in tal modo “scompare”, un po’ come quando un compositore decide di sottolineare un momento della sua partitura mettendo un silenzio, una pausa;

    – Mimmo che ci spiattella davanti agli occhi il seno dell’Aurora, il pisello “incompiuto” di uno dei Pigioni e quello che non si vede ma ci si immagina del Cristo della Pietà Bandini;

    – Mimmo che ritrae la mascolinità del viso triste, con le labbra ancora non rifinite, della Notte (che però è una donna!).

    Insomma, Mimmo che ci spiazza.

    Mimmo Jodice, “Senza Tempo” – Villa Bardini, Firenze.

    Al piano superiore ci si imbatte in due sale dedicate al Mimmo giovanile, con gli esperimenti in camera oscura, le strizzate d’occhio al “Taglio” di Luciano Fontana e ad altri esperimenti buffi. Periodo che mi immagino abbia reso celebre Mimmo, ma che non ho trovato molto affascinante. Potentissime invece le foto della maturità: Napoli, i volti delle statue partenopee, il mare.
    In genere la tecnica che mi attira maggiormente è quella della volontaria sfocatura delle stampe fotografiche. Ho cercato di carpire come Mimmo abbia operato ma non ho pienamente capito: penso che alla stampa principale del negativo fotografico venga sovrapposta una stampa “zoommata” e sfocata dello stesso negativo. Come che sia gli oggetti e le figure in queste foto hanno “contorni aurei”, non sono pienamente reali e fanno sognare.

    Foto che mi piacerebbe rivedere nuovamente:

    – la foto di Mimmo del Vesuvio visto dal mare (bella, bellissima, con il mare che diventa un reticolo e il Vesuvio un po’ storto all’orizzonte come se tremasse);

    – la foto dell’interno di (suppongo) una chiesa con un estraniante fil di ferro con alcune mollette dimenticate da secoli (o messe apposta da Mimmo?);

    – le foto dei Ficus macrophylla dell’orto botanico di Palermo

    – il contorno di un vecchio volto marmoreo (mangiato dalle onde marine e divenuto roccia bucherellata, colonizzata da molluschi e coralli);

    – foto di boscaglia (che probabilmente dal vivo é piuttosto anonima ma, attraverso le lenti e soprattutto il tipo di stampa di Mimmo, diventa magica);

    – e poi altre foto che però la mia mente ha già cancellato.

    L’ultima sezione, con le foto da altre città, mi é sembrata meno interessante, ma almeno é stata l’occasione di vedere finalmente una persona! Perché adocchiando questa figura mossa e confusa che si allontana di spalle ci si rende conto che Mimmo rifugge gli uomini: la Napoli che ritrae è sempre vuota e “silenziosa”, il mare solitario, la natura de-antropomorfizzata. Le uniche presenze “indirette” sono quelle delle statue partenopee e michelangiolesche.

    Che sia che a Mimmo stiamo tutti antipatici???

    PS: Stefano Zanobini ci ha candidamente confessato di non aver visto il documentario proiettato a Villa Bardini perché ritiene la multimedialità nelle mostre “trappole per polli”. Se lo avesse visto avrebbe carpito la tecnica adottata da Jodice per rendere “sfocate” le stampe (e comunque il suo intuito lo ha portato indicativamente sulla strada giusta).


    Mimmo Jodice. Senza Tempo
    Una mostra organizzata dalla Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron
    e supportata da Fondazione CR Firenze.
    È aperta fino al 14 luglio compreso
    dal martedì alla domenica in orario 10:00-19:30.
    Villa Bardini si trova in Costa S. Giorgio 2, Firenze.
    Per info: +39 055 2989816 – info@villabardini.it.

    Per ulteriori informazioni sulla mostra di Jodice a Villa Bardini, cliccare qui.

    Fondazione Orchestra Regionale Toscana - Partita I.V.A. 01774620486 Privacy Policy | Cookie Policy Realizzazione sito WWS Snc