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  • Una vita a 440 Hz



    Da molti anni Simone Bussotti è l’accordatore ufficiale dell’ORT. Ma cosa vuol dire davvero fare questo lavoro che si tramanda di padre in figlio? Oggi vi raccontiamo la storia di una particolare professione, ricca di difficoltà e sacrifici, ma anche di grandi soddisfazioni.

    In Italia l’accordatore è un mestiere fortemente settoriale, mentre all’estero, soprattutto nel nord Europa, è una professione “normale”, conosciuta, paragonabile a quella del dentista. Al contrario di quello che si può pensare, nel nostro paese non c’è una vera e propria cultura musicale diffusa. Esiste una tradizione operistica italiana, ma in paesi come Austria e Germania (nazione leader nella produzione di strumenti musicali) c’è una tradizione sinfonica e cameristica fortissima che rende più facile l’apprezzamento e la conoscenza della musica, degli strumenti e naturalmente dei lavoratori del settore.

    La maglietta “d’ordinanza” di Simone Bussotti

    A questo punto non ci dobbiamo stupire se in Italia non esistono scuole specifiche per questo tipo di mestiere (al contrario di Giappone, Austria, Germania e Inghilterra). L’unico modo per imparare la professione è la “scuola di bottega”. Quasi sempre il mestiere viene passato di padre in figlio e per questo in Italia ci sono intere famiglie di accordatori, basti pensare ai Griffa a Milano o ai Fabbrini a Pescara.

    Anche Simone Bussotti ha appreso il mestiere da suo padre, che a sua volta ha imparato dal nonno, e oggi sono ormai quarant’anni che fa questo lavoro. Da piccolissimo girava con il suo triciclo per il laboratorio di famiglia, tra un pianoforte e l’altro, apprendendo lentamente questo mestiere così misterioso e sconosciuto.

    Già a diciannove anni inizia a lavorare e per un periodo frequenta la fabbrica di pianoforti Schulze-Pollmann di Bolzano, che gli permette di osservare le varie fasi di lavoro. Alla fine degli anni ’80 si trasferisce in Giappone per tre mesi, per studiare alla Yamaha Technical Academy, poi conclude gli studi in Germania alla Steinway & Sons.  

    “Per accordare bisogna avere prima di tutto una certa sensibilità musicale e saper suonare (almeno un minimo) lo strumento in questione”, racconta Simone. “Per quanto riguarda il pianoforte, con il diapason si cerca il LA centrale e da lì si da ordine al resto delle frequenze. Tutti gli strumenti a corda si possono accordare e pure quelli a fiato, ma la complessità può aumentare a seconda dello strumento. Per esempio, l’organo è uno strumento difficilissimo, bisogna essere in due a lavorare, uno ascolta il suono premendo i tasti, mentre l’altro lima le ance in cerca della tonalità giusta”.

    Ci vogliono tanti anni per imparare ad accordare, tanti sacrifici, tanta gavetta e soprattutto tanta passione. Si può facilmente pensare che sia un mestiere fatto di pura tecnica, in realtà ci vuole anche tanto cuore. “È un lavoro tecnico è vero, ma spesso si finisce a fare lo psicologo”, spiega Simone, “il mio intervento non è sempre uguale, spesso dipende dal pianista, dal suo carattere. L’aspetto emotivo è molto importante e spesso influisce su tutto, devo capire come comportarmi in relazione ai pianisti. L’accordatore è un lavoro da lupo solitario, ma sempre in prima linea, spesso mi becco lo scarico di tensione dei musicisti anche per cose che non riguardano me”.

    “Una volta finito un concerto, magari dopo aver lavorato con un pianista particolarmente introverso o taciturno, quando il giorno dopo mi arriva un messaggio di ringraziamento io sono felice, al di là del lato economico, quello che mi interessa è ricevere questi messaggi (a volte inaspettati) da persone che sono contente di aver lavorato con me”.

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