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  • Musica Di Eugene Delaplanche

    Sul senso del classico



    Che cosa significa “classico” oggi? Una musica nuova che interroga il tempo, la tradizione e il nostro modo di ascoltare

    Nella prossima produzione ORT ascolteremo una composizione di Paolo Catenaccio che è stata commissionata dalla Fondazione ORT. È un’opera nuova, che ha come valore aggiunto il fatto di essere stata scritta da un artista non ancora trentenne. Questo pone un interrogativo: perché un giovane musicista, oggi, decide di scrivere musica classica? Domanda semplice che se ne porta dietro una più complicata, e cioè: cosa si intende per musica classica? Forse quella che viene eseguita da un’orchestra e un direttore? In un contesto preciso, come un teatro, o una sala da concerto, davanti a un pubblico?

    O la musica è classica nelle intenzioni dell’autore? Di solito si tende a definire “musicisti classici” i compositori come Scarlatti, Beethoven, Ravel: tutti di epoche e mondi totalmente diversi, lontani fra loro. Allora qual è il legame?

    Genio musicale e appetiti terreni

    Provo a indagare su cosa si intenda per “classico”. Forse gli antichi Greci, forse il classicismo, o addirittura il neoclassicismo? Anche Dante è un classico, e poi c’è il liceo classico (di nuovo gli antichi Greci…). E che dire degli abiti classici, di eleganza tradizionale? E la classica pizza margherita? Specialità tipica: concerto per violoncello? Qualcosa non torna. Troppi interrogativi. Ci vuole qualche certezza. Vado alla voce Classico che Franco Fortini scrive per l’Enciclopedia Einaudi nel 1978. Scopro che per lui ciò che dà valore ai classici è la distanza storica. Un’opera, quando nasce, è carica di “forme di energia antagonistica” perché è generata da una realtà che è conflittuale, e solo il tempo può lenire questo contrasto originale.

    Un classico è quindi “ciò che si presenta sotto il segno della conciliazione, di un superamento assoluto delle scorie della realtà”. È sufficiente? Non so. Pesco allora fra gli scritti di Italo Calvino. Trovo il suo articolo Italiani, vi esorto ai classici pubblicato su “L’Espresso” nel 1981. Anche qui si parla di libri, ma fra i quattordici punti che provano a definire cosa sia un “classico da leggere” trovo spunti che possono andar bene anche per altre opere d’ingegno, come la musica.

    “Un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Ieri, come oggi, come domani. “Un classico tende a relegare l’attualità a rumore di fondo, e nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può farne a meno”. “Un classico persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile la fa da padrona”.

    È come se affermasse che un classico è attuale e inattuale allo stesso tempo, perché parla di un mondo diverso dal mio, lontano, e insieme abbatte la distanza perché parla anche a me, di me. Mi colpisce verso la fine una frase: leggere i classici “sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi”.

    Niente di meglio, allora, che fermare la routine, adesso, e ascoltare l’antico e il moderno insieme: una nuova composizione di musica classica.

    Questi sono i concerti dove è prevista l’esecuzione del brano.

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