Umberto Clerici ci guida tra Beethoven e Schubert nel suo ritorno sul podio dell’Orchestra della Toscana
Tra eredità e danza
Quando guardo il programma del prossimo concerto dell’Orchestra della Toscana, noto subito il suo carattere classico, con un percorso che va da Beethoven a Schubert. Ciò che trovo più affascinante è il contrasto tra i due brani: il Concerto per violino di Beethoven è, senza dubbio, uno dei concerti più noti e amati del repertorio, mentre la Terza Sinfonia di Schubert, una composizione giovanile, resta meno conosciuta.
Schubert, da giovane, fu profondamente influenzato sia dalla tradizione mozartiana sia dall’esempio di Beethoven a Vienna. La Quarta Sinfonia è totalmente beethoveniana, la Quinta totalmente mozartiana. La Terza, che eseguiamo, sta nel mezzo: mi piace osservarne la personalità ancora in formazione, tra melodie giocose, scherzi musicali e omaggi a Beethoven.
L’introduzione della sinfonia appare inizialmente drammatica, ma quando arriva l’allegro con brio ci si accorge che è tutto uno scherzo, un gioco che oscilla tra Beethoven e Mozart. In poco più di venticinque minuti, la sinfonia propone una vera e propria galleria di danze: il secondo movimento è una polca, il minuetto diventa un minuetto vero e proprio, il trio si trasforma in un landler, alternando così le atmosfere della corte e del popolo, e il finale, tarantella con inserti di saltarello, culmina in una festa di ritmi e movimento.

Un dialogo tra virtuosismo e leggerezza
Per quanto riguarda il Concerto per violino di Beethoven, il primo movimento dura più di venticinque minuti, ma quello che mi colpisce ogni volta è l’interazione con il nostro solista, Kerson Leong. La sua semplicità nell’affrontare un brano tecnicamente così impegnativo – che per molti violinisti sarebbe un vero incubo – rende la musica immediata e naturale, pur conservando tutta la sua profondità filosofica. L’ultimo movimento, un rondò semplice nella forma ma elegantissimo, conferma questa leggerezza raffinata.
In questo programma si incontrano due mondi: da un lato la profondità e la perfezione tecnica di Beethoven, dall’altro la freschezza e la creatività danzante di Schubert. Per me è un’occasione unica: vedere la formazione di un giovane compositore e, allo stesso tempo, far risplendere uno dei concerti più celebri di tutti i tempi con naturalezza e brillantezza.