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    Tra virtuosismo musicale, percezione dell’esecuzione e complessità del linguaggio poetico: quando “difficile” cambia significato

    La prova estrema del flauto: il Concerto di Ibert tra tecnica e resistenza

    Cos’è difficile? Se lo chiedo a Silvia Careddu, è probabile mi risponda il Concerto per flauto e orchestra di Jacques Ibert, e ci sta che non sia la sola a pensare così: ogni flautista alle prese con questa parte lo sa, così come i professori in orchestra. La difficoltà è tangibile anche per gli spettatori, e fra poco ve ne renderete conto. A conferma, una leggenda del flauto come Sir James Galway in un’intervista si diverte a spiegare come affrontare il concerto. Il primo movimento, bello tosto, è da considerare solo “una specie di allenamento” per il terzo, vero e proprio scoglio: “È come una giga piuttosto veloce in 4/4… ammesso si riesca a immaginare una giga in 4/4 tutta fatta in terzine”. E per il finale velocissimo, riferendosi al getto d’aria che dalla bocca del musicista deve andare nello strumento, confessa con schiettezza e umorismo che si deve “vibrare con tutto, compreso l’acquaio della cucina lì dentro”. Non a caso, il concerto figura spesso fra le prove di repertorio per flauto in concorsi e audizioni, paragonabile al temibile “Rach 3” per pianoforte, al quadruplo axel nel pattinaggio artistico, o, perché no, all’uovo fritto di Cracco. 

    Quando la difficoltà si misura nell’interpretazione, non solo nell’esecuzione

    “Difficile” è allora un bell’aggettivo che torna comodo per indicare quell’impresa ardua, fattibile solo se si ha l’abilità, se si fa molta attenzione, se si dura un bel po’ di fatica. Difficile a farsi. 

    Ma cos’è più difficile: eseguire perfettamente tutte le note così come sono scritte sulla partitura, o andare oltre l’errore e creare qualcosa di nuovo e impensato, come fanno i jazzisti? Difficile a dirsi. 

    E a proposito di parole c’è un’altra possibilità, che qualcosa sia difficile da capire: un concetto astruso, l’enigma della Sfinge, un oscuro testo criptico, una poesia… Velimir Chlebnikov (1885-1922) per anni è stato considerato un poeta incomprensibile. Lo scrittore Paolo Nori racconta che per fare la tesi di laurea su di lui era a San Pietroburgo, e gli studenti che incontrava in biblioteca restavano stupiti: “Come fai a studiare Chlebnikov? Non si capisce niente di quello che scrive!”. Poi si scopriva che non l’avevano mai letto, e non ci provavano nemmeno perché considerato illeggibile. Chlebnikov è stato fra i maggiori futuristi russi, ha usato sperimentazioni linguistiche, ha inserito nei versi anche simboli matematici. 

    Dal suono alla parola: cosa rende davvero “difficile” un’opera?

    Ma la fama di poeta difficile gli viene da Majakovskij che alla morte del poeta scrive il suo necrologio, dove dichiara che “non si può leggere”. Majakovskij diventa il più importante intellettuale sovietico, e l’equazione “Chlebnikov = poeta troppo difficile” si cristallizza. 

    Nessuno lo legge più. Paolo Nori ha tradotto le sue poesie in 47 poesie facili e una difficile, che mi ha suggerito il confronto con il concerto di Ibert, e in E questo cielo, e queste nuvole. 28 poesie russe e una italiana, da dove viene questa: “Le ragazze, quelle che camminano, / con stivali di occhi neri / sui fiori del mio cuore. / Le ragazze, che hanno abbassato le lance / Sul lago delle proprie ciglia. / Le ragazze, che si lavano i piedi / Nel lago delle mie parole”. 

    Facile a dirsi, difficile a farsi.

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