Dalla lettera dell’“amata immortale” custodita da Beethoven fino alle figure velate della poesia di Dante, Petrarca e dei moderni, il racconto degli amori nascosti che brillano nel segreto, protetti dal silenzio, trasformati in simbolo e consegnati all’eternità dell’arte proprio grazie al mistero che li avvolge.
L’enigma dell’“amata immortale”, riemerso da una lettera segreta
Esistono amori che luccicano al sole sotto gli occhi di tutti. Altri, invece, è bene non rivelarli a nessuno, meglio custodirli con cura, proteggerli. È quel che ha fatto Ludwig van Beethoven con la storia d’amore più pura e importante della sua vita. Si viene a sapere di questa relazione solo dopo la sua morte, quando fra le carte viene ritrovata una lettera autografa che Beethoven forse non ha mai spedito, o forse ha spedito ed è tornata indietro, di sicuro non l’ha mai distrutta, e l’ha tenuta sempre con sé perché era qualcosa di prezioso. È stata vergata in tre momenti diversi nel corso di due giorni, fra la “mattina del 6 luglio”, il “pomeriggio di lunedì 6 luglio”, e la mattina del giorno successivo.

Dal mistero di Beethoven alle amate velate della poesia
È per una donna, certo, l’unica alla quale Beethoven dà del “tu” per iscritto in una lettera, e non solo, la chiama “angelo mio”, “amata immortale”, “il mio fedele, il mio unico tesoro, il mio tutto, così come io lo sono per te”. L’ama, e s’intuisce che il sentimento è ricambiato, ma il nome di colei è taciuto. Una segretezza necessaria se si vuol tenere una relazione “pericolosa” al riparo da dicerie, o peggio. Ma il mistero dell’amata immortale, che solo la scrupolosa ricerca del musicologo Maynard Solomon è riuscita a risolvere collegando i pochi indizi, mi fa venire in mente altre amate “mai nomate” che spuntano, sublimi e allegoriche, come fiori nelle aiuole della nostra letteratura.
Per esempio Dante: sì, d’accordo, lei è Beatrice, ma nella Vita Nova il suo nome non compare sempre. A volte è detta “la gloriosa donna de la mente”, altre la “gentilissima”, oppure più semplicemente “la mia donna”. Anche Petrarca fa lo stesso con Laura, e nel Canzoniere il suo nome viene trasformato diventando a volte “lauro”, l’alloro che è simbolo stesso della gloria poetica; a volte “l’aura”, la brezza leggera; e a volte “l’auro”, cioè l’oro: “L’aura soave al sole spiega et vibra / l’auro ch’Amor di sua man fila et tesse” (CXCVIII).

L’amore velato, dalla poesia cortese fino a Beethoven
Questo non dire, celare l’identità del personaggio reale dietro nomi simbolici, è un artificio tipico della poesia cortese di origine trobadorica. Siamo in Occitania fra X Timeline | La vita | Le opere 1700 1800 e XI secolo, e si canta un amore spesso impossibile, che permette però di nobilitare l’amante, trasformandolo in poeta. Non mancano però esempi anche in tempi più moderni: Cesare Pavese nella sua ultima raccolta di poesie non nomina mai Constance Dowling, l’attrice statunitense, fulmini e saette, venuta a Roma per tentare la fortuna nel cinema italiano. I due intrecciano un breve idillio, troppo breve, poi lei riparte, e lui finisce nella camera dell’Hotel Roma a Torino, con troppe bustine di sonnifero sparse sul comodino. In Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, gli occhi sono quelli non detti di Connie.
Lo stesso fa Michele Mari in Cento poesie d’amore a Ladyhawke, un canzoniere contemporaneo zeppo di citazioni, ma anche ironico e commovente, sull’amore impossibile e tormentato per la donna da lui conosciuta in III A, a scuola: “Verrà la morte e avrà i miei occhi / ma dentro / ci troverà i tuoi”. Ladyhawke è il nome che cela l’identità dell’amata, e si riferisce al film cult, con il replicante Rutger Hauer, un cavaliere-lupo notturno, e il falco diurno Michelle Pfeiffer. Per tornare all’inizio, ecco svelato l’arcano: la donna che trasforma Beethoven in appassionato amante è Antonie von Birkenstock, sposata col mercante Franz Brentano. Le dedicherà le variazioni Diabelli.