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  • Lentezza necessaria



    Dal Langsamer Satz alla nostalgia del ballo lento cantata dai Baustelle, fino al “festina lente” rinascimentale: un percorso tra musica, emozioni e neuroscienze per riscoprire il valore della lentezza come forma di resistenza in un presente ossessionato dalla velocità

    Dal lento alla fuga

    La traduzione italiana di Langsamer Satz è “movimento lento”, “tempo lento”. Per uno strano e per me inspiegabile motivo, mi è venuta in mente la canzone dei Baustelle. La moda del lento, roba di vent’anni fa. Francesco Bianconi con la sua voce svagata canta di un ragazzo in quella fase dell’innamoramento umano che coincide con le difficoltà, le separazioni, la depressione. Si mette ad andare per locali dove “gira come un disco” senza fermarsi mai, e dove le ragazze sulla pista “sono esempi di velocità” che gli “annebbiano la vista”. Balla senza fiato, un po’ impacciato, “senza troppa tecnica”, quasi a sfinirsi.

    La promessa del lento

    Ma in cuor suo, sa che “tornerà fra 100.525 anni la moda del lento”. A parte il riferimento a quell’istante estatico e mitico nella memoria di noi boomer, in cui il ballo lento della festa delle medie si trasformava in simulacro d’amore, la profezia di Bianconi si realizza solo in un futuro abissale, in un’elegante opposizione in bilico fra il desiderio di rallentare, di cambiare, di tornare forse insieme, e la consapevolezza della relativa impossibilità. Ballo lento come scelta di un ritmo diverso da quello imposto dalla vita. Così riprendo Elogio della lentezza, il libro di Lamberto Maffei, professore emerito di neurobiologia alla Normale, che ci ricorda come anche il nostro cervello sia una macchina lenta. Per costruirlo non bastano nove mesi, infatti dopo la nostra nascita, continua a crescere e crescere, formando nuove sinapsi e connessioni, stimolato dall’ambiente, dalle interazioni. Ma non è tutto.

    Il cervello che pensa piano

    Una parte del cervello è veloce e reattiva, ci permette di rispondere agli stimoli con prontezza, in modo inconscio; ma c’è soprattutto un cervello lento, preposto al ragionamento, alla filosofia, alla logica, alla contemplazione, alla poesia, alla matematica, ed è questa la parte più evoluta, nell’emisfero sinistro, dove risiede il linguaggio. Quindi il cervello è doppiamente lento, per come si forma e per come elabora dati complessi.

    Una tecnologia che va sempre più veloce è allora un’involuzione? A proposito di linguaggi e di parole, vi porto fra i libri più belli del mondo, quelli stampati da Aldo Manuzio a Venezia cinquecento anni fa: capolavori in formato in folio, a tutta pagina, con l’edizione filologica dei testi in greco di Aristotele, grammatiche e dizionari per lo studio delle lingue classiche. Quanta cura per comporre una pagina, che bella carta!

    E i caratteri tipografici? Eleganti, come quelli creati apposta per il De Aetna di Pietro Bembo, così leggibili da essere usati ancora oggi. E poi libelli agili, piccoli, da portare sempre con sé: Ovidio, Orazio, Cicerone, Dante, Petrarca… Sul frontespizio di questi libri Aldo imprime la sua marca tipografica: un delfino intrecciato a un’ancora, un segno ripreso da un’antica moneta romana che gli ha regalato Bembo.

    È il motto di Aldo: Festina lente, affrettati lentamente. Sembra quasi un enigma nascosto fra parole opposte, ma in realtà l’ancora indica lentezza e accuratezza, mentre il delfino guizzante rappresenta la rapidità industriosa. Anche Cosimo I de’ Medici, Granduca di Toscana, ha lo stesso motto, ma al posto di ancora e delfino c’è una tartaruga sormontata da una vela: per un uomo d’armi, fretta e mancanza di ponderazione sono uno dei difetti più gravi.

    Del resto, anche Maffei suggerisce che “andare più veloci non significa conoscere più di quello che la strada offre, e nessuno vuole arrivare prima alla fine della propria strada”. Buon Langsamer Satz.

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