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    Il Natale di Ceretta (e Piccotti)



    Il direttore principale dell’ORT introduce il programma che comporrà il concerto di Natale, da Mozart a Dvořák, passando per Čajkovskij.

    Il Concerto di Natale è una consuetudine per l’ORT, che si appresta anche quest’anno a celebrare le feste con una serie di appuntamenti in giro per la Toscana (più una data a Imola), per poi giungere alla tradizionale esibizione del 24 dicembre al Verdi di Firenze. 

    Abbiamo chiesto al direttore principale, Diego Ceretta, di introdurci il programma che suonerà in queste date con l’Orchestra della Toscana e con la giovane violoncellista Erica Piccotti: «I nostri percorsi non si sono mai incrociati», dice il direttore, ma sono felice di suonare con una giovane e talentuosa violoncellista italiana». 

    «È un programma di festa, molto brillante» racconta Ceretta, «che si apre con questo divertimento di Mozart in re maggiore, solo per archi. È una composizione che mette in luce la personalità di Mozart, o come ce lo immaginiamo.»

    «Dopodiché ci saranno le Variazioni rococò di Čajkovskij», continua Ceretta, «proprio ispirandosi a Mozart quasi cent’anni dopo, con Čajkovskij che guarda allo stile mozartiano come se fosse una sorta di “paradiso perduto”. È interessante notare come lo spirito e lo stile di Mozart siano ben presenti e riconoscibili in una prima parte del tema dal sapore classico. È una parte in cui dominano gli archi. C’è poi un momento di coda in cui entrano i legni, e senti le armonie complicate e l’anima russa che viene fuori. Ed è anche molto interessante vedere come nelle varie variazioni Čajkovskij trasforma per due volte il tema. Dapprima, facendolo diventare molto russo e lirico, molto cantabile, con parti che ricordano quasi Lo Schiaccianoci, che ti fanno immaginare un ballerino che balla in punta di piedi. In seguito, una seconda variazione, l’unica in minore, che diventa estremamente malinconica.» 

    Qual è stata l’origine di queste composizioni?
    «Queste variazioni erano nate con un certo ordine, poi Čajkovskij le aveva dedicate al violoncellista tedesco, Wilhelm Fitzenhagen, che decise di cambiare l’ordine delle suddette variazioni, senza ricevere alcun tipo di monito o richiamo dal compositore russo, che accettò le modifiche. Per cui sono entrate nel repertorio in questa versione “rinnovata”, che noi eseguiremo.»

    Il programma si conclude con la Sinfonia “Inglese” di Dvořák
    «La Sinfonia n.8 op.88 in sol maggiore di Dvořák, che però curiosamente si apre con una prima parte in minore, malinconica, esplodendo successivamente in un clima di festa. È una delle pochissime sinfonie che il boemo scrive senza commissione, di sua spontanea volontà, e questo emerge, si percepisce il suo amore per la sperimentazione, per scrivere tanta musica diversa, con un approccio esplorativo. Nel concerto abbiamo quindi Čajkovskij che guarda a Mozart. In questa sinfonia abbiamo invece Dvořák che vuole staccarsi dalla tradizione tedesca, quella di Brahms, Beethoven etc., cercando un suo linguaggio personale. Tutto diventa più fluido e meno rigoroso nella costruzione, che Dvořák riesce a comporre con tanti momenti, tanti sprazzi di varietà. Il primo movimento si apre quindi con una melodia malinconica, con una prima frase in sol minore. È spiazzante proprio perché lui la presenta come una sinfonia in maggiore, che parte però con questa nota dimessa. Però poi subito abbandona questo clima, e tutto diventa quasi bucolico, da festa paesana.»

    «Un secondo tempo ripresenta un tono malinconico, ma fatto di quella malinconia serena, che ti fa stare bene, come un ricordo a cui ti vuoi appigliare, che non vuoi dimenticare. Questo clima rimane anche nel terzo tempo, che presenta dei richiami al secondo, con questa malinconia che infine si scioglie e diventa una cosa languida, in forma di valzer, che esprime calore», racconta, con trasporto, Ceretta. «Poi, improvvisamente, il quarto tempo: squillano le trombe, che risvegliano da questo torpore, e sembrano quasi dire: “adesso riparte la festa”. Le trombe escono, ed entra questa melodia di violoncelli, che richiama a sua volta il tema dei flauti che troviamo nel primo tempo. E poi questo tema viene rielaborato e variato, diventa esplosivo e festoso ancora.»

    «Al centro,» conclude il direttore, «c’è questa danza, molto paesana, rustica, “ruvida” se vogliamo. Ritorna ancora la melodia placida e serena dei violoncelli, in un gioco di rimandi, fino a un finale che esplode di nuovo in un tripudio festoso.»

    Per informazioni dettagliate sui concerti che vedranno impegnata l’ORT per Natale, cliccare qui.

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