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  • Il sogno turco dell’Europa



    Tra ritratto, moda e immaginario: il dipinto di Marie Fargues racconta la fascinazione dell’Europa settecentesca per il mondo ottomano, tra turquerie, viaggi, racconti e il desiderio di un altrove più libero e universale

    Un ritratto fuori dall’Europa

    Marie Fargues non ha nemmeno trent’anni quando nel 1756 sposa ad Amsterdam un pittore i cui servigi sono richiesti dalle maggiori corti d’Europa: Jean-Etienne Liotard. Lui la ritrae un po’ dopo le nozze in modo straordinario. Assorta, la mano al volto, a sostenere testa e pensieri, Marie siede su un cuscino basso e gonfio, con un altro, di una seta perlacea costellata di fiori azzurri, appoggiato alla parete; insieme sembrano formare un letto, invece è un divano “all’uso turco”, come si dice allora. Anche ai piedi della donna c’è un tappeto che più turco non si può. E lei indossa un caftano bianco bordato d’azzurro, allacciato con una fascia ricamata che si chiude con una fibbia fatta di due dischi d’argento sbalzato. I capelli sono intrecciati in un’acconciatura con vari drappi: un vero e proprio turbante. 

    Il “pittore turco” delle corti

    Non è la prima volta che Liotard usa il “ritratto alla turca”. Lui c’è stato a Costantinopoli, ci ha vissuto per anni, e lì ha realizzato vari disegni dal vero di donne turche, fermate nei loro gesti e luoghi quotidiani fra sete e turbanti. Questa composizione dal tocco esotico diventa una delle sue invenzioni più richieste: da Maria Gunning contessa di Coventry a Maria Adelaide di Francia, figlia del re Luigi XV. A un certo punto, ogni gran dama esige un ritratto “da sultana”, da “donna dell’harem”: c’è Madame de Pompadour e perfino Maria Teresa imperatrice d’Austria. Altri pittori entrano in gioco, ma Liotard è l’unico “pittore turco”, il solo ad aver vissuto alla Porta d’Oriente e a sfoggiare una lunga barba turchesca, molto insolita per le corti europee, evidentissima nei suoi autoritratti.

    Quando l’esotico diventa moda

    È l’epoca della turquerie, o “turcheria”, cioè della fascinazione tra il fantastico e il letterario per il mondo ottomano, che in Europa tocca intellettuali, artisti, esponenti dell’alta società. Una vera e propria infatuazione per costumi e usanze di un popolo che non è più la millenaria minaccia feroce (“Mamma li turchi!”), ma oggetto di ammirazione, da imitare. Un sogno esotico, favoleggiato e seducente, inebriante come il profumo delle spezie.

    L’hammam e lo sguardo femminile

    Fra i primi viaggiatori che contribuiscono al racconto di questo altrove idealizzato c’è Lady Mary Wortley Montagu che fra 1716 e 1718 segue il marito ambasciatore a Costantinopoli. Nelle sue Lettere dall’ambasciata turca dà testimonianza di un luogo precluso a ogni altro viaggiatore europeo: l’hammam, o bagno turco, dove si svolge quel rito tutto femminile di pulizia personale e socializzazione, in cui fra chiacchiere e pettegolezzi si commentano le novità della città, e che Lady Montagu descrive come “il caffè delle donne”.

    Non solo moda: il desiderio di un altro mondo

    Ma la turcomania, l’esotismo settecentesco non è solo una moda. Tutte quelle odalische al bagno, quelle fontane, quei sofà, quei sultani saggi, nascondono in realtà la ricerca di un altrove migliore, un’utopia. Per questo gli intellettuali illuministi restano affascinati dal “turco”, perché rappresenta la scoperta dell’altro: il sogno di una civiltà al di sopra delle nazioni, universale, dove regna un’armonia impossibile qui.

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