Un breve viaggio tra lingua e storia per accompagnare l’ascolto del Concert românesc, alla scoperta delle origini latine del romeno e delle sue affascinanti trasformazioni nel cuore dell’Europa orientale
Un titolo che inganna (ma non troppo)
Forse vi state chiedendo cosa significhi Concert românesc, e se la traduzione di Concert è scontata, forse avete capito che la parola românesc ha a che fare con “romanesco” e “Roma”. Non siete lontani dalla soluzione: românesc è una parola romena che significa appunto “romeno”, e avete ragione, questa lingua suona davvero come la nostra. Fra la lingua italiana e quella romena c’è tutto un bailamme di lingue slave, come lo sloveno, il serbo, il serbo-bosniaco, il serbo-croato, lo slovacco, il bulgaro. Aggiungete anche la lingua germanica da Vienna in su, e l’ungherese di discendenza mongola, ma seguendo il corso del Danubio arriverete finalmente in Romania, dove si parla di nuovo una lingua romanza, che cioè discende dal latino.
Una lingua latina… tra mille influenze
A dirla tutta, il romeno è una lingua “romanza balcanizzata”, che ha subìto cioè l’influenza greca, turca, slava e ungherese, ma l’80% delle parole sono di origine latina. In romeno “pane” si dice pâine, “fuoco” si dice foc: sono gli stessi suoni usati per indicare lo stesso significato anche in italiano, francese (pain, feu), spagnolo (pan, fuego), portoghese (pão, fogo). La parentela fra tutte queste lingue è da rintracciare proprio negli antichi Romani, nella vastità dell’impero e nella diffusione della lingua latina volgare (cioè della lingua non scritta) in tutte le zone sotto il dominio di Roma. E questo ci riporta all’intuizione iniziale su românesc.

Dalla conquista romana alla nascita del romeno
In questo caso, lo scontro con la civiltà di Roma avviene nel 106 d.C., quando Traiano conquista la Dacia del re Decebalo e la trasforma in provincia. La storia di quest’impresa è celebrata in quell’incredibile “film di marmo” che è appunto la Colonna Traiana. È da lì che il latino comincia a mescolarsi con i dialetti locali dando origine a una forma di proto-romeno. Per le prime testimonianze scritte però bisogna aspettare il XVI secolo, documenti tutti vergati con l’alfabeto cirillico. Quello latino viene introdotto ufficialmente nel 1860 con la Riforma Ortografica influenzata dalla cosiddetta Scuola Transilvana, che cerca di enfatizzare l’origine latina della lingua, e che porta appunto all’abbandono dell’alfabeto slavo.
Una grammatica sorprendente
Nonostante la parentela, la struttura della lingua romena ha delle particolarità che la differenziano non poco dalla nostra. La prima è che si conservano i casi latini: nominativo, accusativo, genitivo, dativo, vocativo, col risultato che noi siamo affollati di preposizioni, e loro maneggiano declinazioni. Gli articoli poi sono enclitici, cioè si attaccano in fondo al nome, al sostantivo: se noi abbiamo “il fuoco”, i romeni mettono l’articolo -ul alla fine della parola foc, ottenendo appunto focul.
La più interessante, secondo me, riguarda il genere dei sostantivi: l’italiano li divide in due grandi gruppi, maschili e femminili: “la luna”, “il sole”, “la notte”, “il giorno”, e via dicendo. Il romeno ha anche il genere neutro, che però al singolare è considerato maschile, e al plurale diventa femminile. Che questo discrimine fra singoli maschi e molteplici femmine significhi qualcosa di più profondo?
Volontà di distinzione da un lato e capacità di aggregazione dall’altro? Potete pensarci su mentre ascoltate il Concert românesc