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  • La diaspora dell’ORT – 3



    Nuovi spazi si aggiungono alla lunga lista dei luoghi che hanno ospitato l’ORT. In particolare, la Chiesa di Santo Stefano al Ponte Vecchio sembra una valida dimora, ma non senza problemi strutturali e soprattutto di acustica. L’Orchestra però non si arrende e grida aiuto per arrivare ad una soluzione definitiva.

    Che la regione ha messo gli occhi su Santo Stefano al Ponte Vecchio, lo si capisce scorrendo velocemente la moviola della storia dell’Ort. Nel 1984, dall’8 gennaio in poi, vi si svolge una ministagione di 9 concerti la domenica mattina; comincia a esserci una continuità in mezzo, ovviamente, ai luoghi più diversi. New entry: l’Auditorium del Palazzo dei Congressi e quello del Poggetto, alla periferia di Firenze, gestito dalla Flog, Federazione Lavoratori Officine Galileo. Un luogo strano e popolarissimo, circondato da una piscina, da campi per giocare a tennis e una bocciofila. Un edificio dall’aspetto molto anni Settanta, nato per farci ballare la gente, che di solito ospita concerti di musica etnica e che sarà poi destinato a diventare uno degli spazi rock per eccellenza di Firenze.

    Concerto di inaugurazione, Alexander Lonquich, Palacongressi (1984)

    Anche quando l’auditorium sarà il piccolo impero della chitarra elettrica, tra quelle travone di cemento sbucheranno fuori problemi di acustica. Figuriamoci per l’Orchestra della Toscana, che non un pubblico che non aveva mai avuto occasione di visitarli, di sale di grande suggestione. Ad essere ottimisti, se non altro, la storia del nomadismo dell’Ort potrebbe essere vista come un piacevole tour in spazi dove si respira il fasto del glorioso passato della città.


    Addentriamoci, dunque, in punta di piedi, in questa chiesa, nata dalla stratificazione degli stili romanico, gotico e barocco, che si fondono in una straordinaria armonia, nonostante il restauro ottocentesco. Nell’interno, altari cinquecenteschi, qui un’imponente tribuna barocca, laggiù una scalinata progettata da Bernardo Buontalenti nel 1576, da questa parte un bassorilievo in bronzo eseguito da Fernando Tacca nel 1656, e qui una sagrestia piena zeppa di opere d’arte, direbbe una guida turistica. Ecco come si presenta la Chiesa, agli occhi del pubblico. Occhi che si soddisfano di una struttura architettonica imponente e allo stesso momento intima, di un’eleganza raffinatissima, per usare il linguaggio dei baedeker. I problemi restano per gli orecchi. Santo Stefano al Ponte Vecchio, come tutte le chiese, non ha un’acustica ad hoc per la musica. Tutt’altro. Risolto un problema, se ne affaccia un altro: un suono che fugge di qua e di là, che si disperde e, a tratti, diventa quasi inafferrabile.

    Scalinata del Buontalenti (dettaglio), Chiesa di Santo Stefano al Ponte Vecchio, Firenze

    Daniele Spini, in una recensione ad un concerto diretto da Antonello Allemandi pubblicata da “La Nazione” del 15 maggio 1984 parla di “acustica spaventosa”, un concerto dove – scrive Marcello De Angelis sul “L’Unità” dello stesso giorno, parlando del Concerto in re maggiore per pianoforte e orchestra K.537 di Mozart, solista Pietro Rigacci- “il dialogo con l’orchestra appariva talvolta inevitabilmente alonato e confuso”.
    Il suono è il cruccio del presidente, Giorgio Van Straten, nominato il 22 aprile del 1985. Cruccio che rimarrà irrisolto fino allo sfratto ‘involontario’ e indesiderato da Santo Stefano: nel corso degli anni si cercano soluzioni che tardano ad arrivare. Un po’ per la mancanza di soldi, un po’ perché sulla Chiesa, luogo artistico di indubbio valore, non si può intervenire più di tanto. Ci sono delle caratteristiche architettoniche che vanno rispettate, che non possono essere toccate.
    Van Straten cerca collaborazione, lancia sos, l’unione fa la forza, pensa: nel 1987 invita altre istituzioni musicali fiorentine (Amici della Musica, Musicus Concentus) a trovare una soluzione comune e definitiva. Magari un auditorium, un centro per la musica che Firenze (Teatro Comunale compreso) va vagheggiando da anni.

    Giorgio Van Straten, Presidente dell’ORT dal 1985 al 2003

    (3. Continua)

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