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  • La diaspora dell’ORT – 2



    Prosegue il racconto di Fulvio Paloscia attraverso i luoghi che hanno visto protagonista l’Orchestra della Toscana. Siamo nella prima metà degli anni ’80: dal debutto fiorentino alla ricerca di una “casa fissa” passando per teatri, sale prestigiose, ville, chiostri, chiese.

    Il 3 gennaio del 1981, quindi, è una data storica per l’Orchestra della Toscana. Equivale alla posa di una prima pietra, è uno di quei giorni da incidere nel marmo commemorativo: segna, infatti, il debutto a Firenze, con Massimo de Bernart sul podio (responsabile della direzione musicale), in uno spazio illustre e storico come il Teatro della Pergola, il più antico di Firenze, e anche il più fastoso. Se il buongiorno si vede dal mattino, si potrebbe pensare una dimora il più possibile fissa nel teatro ‘Massimo’ che, però, è il centro della prosa a Firenze e, nei giorni in cui il palcoscenico non è calcato da grandi attori, è occupato dalla stagione degli Amici della Musica. In realtà, dalla Pergola l’Ort sfreccia, fa un’apparizione veloce per poi smontare ad ogni concerto baracca e burattini e spostarsi di concerto in concerto alla Villa di Poggio Imperiale, alla Sala Bianca di Palazzo Pitti e al Teatro Niccolini. Tutti spazi storici, bellissimi, da rimanere col fiato sospeso per l’effetto estetico. Ma, se si esclude il Niccolini, quanto adatti alla musica? Quanto pronti a restituire il suono di Mozart e Stravinskij, Händel o Busoni nella sua limpidezza, il suo nitore oppure nel suo tempestoso impeto rivoluzionario?


    La Chiesa di Santo Stefano al Ponte Vecchio appare per la prma volta nel 1982, pochi giorni prima di Natale, per un concerto che celebra la Natività, direttore Jürgen Jürgens. Durante l’anno, l’Ort ha suonato ovunque si potesse suonare: dal Chiostro delle donne in Santissima Annunziata alla Sala Vanni in piazza del Carmine. Ora mette piede per la prima volta in questo luogo destinato a diventare, fino al maledetto attentato, la sua sede fissa. In realtà bisogna aspettare il 1985 perché l’Orchestra si stabilisca nella chiesa più antica di Firenze, di cui si parla già in documenti datati 1116. Si dovrà passare per un lungo periodo di transizione, di scombussolamento, anche di crisi: uno di quei momenti di passaggio in cui si corrono due rischi. O la fine di un’esperienza oppure un consolidamento.

    Anche l’Ort vagabonda, l’Ort nomade fino all’irrequietezza ha avuto, insomma, la sua adolescenza. Trascorre un 1983 che rappresenta uno degli anni più difficili dell’orchestra: scosso dalle agitazioni dei dipendenti per il mancato pagamento degli stipendi; segnato profondamente dalle dimissioni di Luciano Berio, direttore artistico amato ma anche discusso; ma è anche l’anno del riconosci­mento in Fondazione da parte del Ministero del Turismo e dello Spettacolo. L’Orchestra della Toscana chiede sicurezze, vuole una stabilità di gestione e di luogo, come testimonia un appello dell’assessore regionale Marco Mayer al sindaco di Firenze Lamberto Conti, al presidente della provincia Oublesse Conti e all’assessore alla cultura Giorgio Morales. Arriva il 1984. Si chiede a gran voce l’approvazione dello statuto, le nomine del comitato di gestione. Ci sono problemi così ingenti in altri settori dell’orchestra che quello di una ‘casa fissa’ sembra essere relegato in secondo piano. Ma si sente che anche questa esigenza è forte; tra le righe si capisce che la richiesta è qualcosa di più di un mugugno sotterraneo, di un optional. Risolti problemi gestionali, insomma, bisognerà pure affrontare anche quelli che rischiano di compromettere la qualità e la stabilità artistica dell’Ort.

    (2. Continua)

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